ITALIANO:
Le sculture che compongono questo progetto propongono una riflessione sull’atto dell’abitare, inteso non come occupazione di uno spazio estraneo, ma come convivenza con una forma che è, allo stesso tempo, interna ed esterna al corpo. Figure umane in bronzo appaiono sospese all’interno di geometrie in acciaio, non come corpi intrappolati, ma come esseri che rimangono. La possibilità di uscita è presente, ma non viene esercitata. Questa decisione — silenziosa, non narrativa — sposta la lettura dall’idea di reclusione a quella di appartenenza.
Le aperture delle strutture svolgono una funzione decisiva. Non operano come porte né come gesti di liberazione, ma come strategie formali che rendono visibile la relazione spaziale tra tre elementi: il volume del corpo, il volume della geometria e il vuoto d’aria che si genera tra i due. Questo vuoto non è residuo; è costitutivo. È lo spazio in cui si produce l’esperienza dell’abitare. L’opera non si limita a mostrare un corpo all’interno di una forma, ma la distanza, la misura e la negoziazione costante tra entrambi.
Le aperture longitudinali dei cilindri sono accuratamente calibrate: abbastanza ampie da consentire l’uscita del corpo, ma sufficientemente strette da richiederne l’adattamento. In questa misura precisa si condensa un’idea centrale del progetto: la libertà non scompare, si restringe; e il corpo impara a vivere dentro questo restringimento. Gli esseri rimangono sospesi non per imposizione esterna, ma attraverso una forma di accettazione che non è sempre consapevole.
La geometria non agisce qui come un contenitore neutro né come un’architettura estranea al corpo. Può essere letta come una trasposizione formale dell’individuo stesso, come un’appendice. Emerge così un’ambiguità essenziale: non è chiaro se la forma si adatti al corpo o se il corpo si adatti alla forma. Questa indeterminazione non viene risolta ed è proprio in essa che l’opera trova la sua forza. Le geometrie possono essere intese come estensioni dell’essere: decisioni, abitudini, strutture vitali che l’individuo riconosce come proprie e che tuttavia condizionano il suo modo di stare nel mondo.
Da questa prospettiva, le sculture possono essere lette come allegorie di una condizione umana contemporanea segnata dalla difficoltà di identificare l’origine dei limiti. Non esiste un agente esterno chiaramente oppressivo; ciò che limita la libertà può essere anche ciò che definisce l’identità. La forma che si abita è, allo stesso tempo, la forma che configura.
Le posture dei corpi descrivono una gamma di stati di fronte a questa forma-appendice. Alcune figure si ripiegano con serenità all’interno di geometrie stabili, come se avessero trovato un modo equilibrato di convivere con il proprio limite. Altre si adattano a forme tortuose o instabili, mostrando corpi tesi, costretti a curvarsi in uno sforzo costante di adattamento. Compaiono anche figure in stato di abbandono, in cui la relazione con la geometria non è più di negoziazione o resistenza, ma di silenziosa capitolazione. In altri casi, il corpo si ripiega lateralmente, con rassegnazione, accettando un’estensione formale che orienta la postura senza violenza apparente. Di fronte a queste, alcune figure mantengono una tensione visibile, come se continuassero a opporsi alla forma che le costringe a piegarsi.
Queste variazioni non costruiscono un racconto lineare né una gerarchia morale. Non esiste una postura corretta né una risoluzione. Ogni scultura è uno stato sospeso, una situazione che non avanza né si risolve. Il tempo dell’opera è quello della permanenza. I corpi non sono in transito: sono.
La scelta dei materiali risponde a questa logica di identificazione tra corpo e geometria. Si tratta di materiali chiaramente distinguibili, ma appartenenti alla stessa famiglia, capaci di sostenere l’idea che figura e forma siano due manifestazioni di una stessa realtà. Non si ricerca un contrasto radicale tra il nobile e l’industriale, né una lettura storica dei materiali, ma una continuità ontologica che consenta di pensare corpo e struttura come rappresentazioni differenti di un unico essere.
Il vuoto interno, reso visibile grazie alle aperture, diventa così uno spazio di rivelazione. Non è un interno nascosto né un rifugio privato, ma un luogo esposto in cui si rende evidente la relazione tra il corpo e la sua estensione formale. La scultura mostra ciò che normalmente rimane invisibile: il modo in cui l’essere occupa, genera e accetta lo spazio che lo definisce.
Nel suo insieme, questo progetto non propone una denuncia né una narrazione chiusa. Offre piuttosto una serie di dispositivi di osservazione. Ogni opera invita a riconoscere in questi corpi sospesi un’esperienza condivisa: quella di abitare forme che sentiamo come nostre, senza sapere fino a che punto ci appartengano o ci limitino. La geometria non è soltanto il luogo in cui il corpo si trova; è parte di ciò che il corpo è.
ENGLISH:
The sculptures that make up this project propose a reflection on the act of inhabiting, understanding inhabitation not as the occupation of an alien space, but as coexistence with a form that is at once interior and exterior to the body. Human figures in bronze appear suspended within steel geometries, not as trapped bodies, but as beings who remain. The possibility of exit is present, yet it is not exercised. This decision—silent, non-narrative—shifts the reading from the idea of confinement to that of belonging.
The openings in the structures play a decisive role. They do not function as doors or gestures of liberation, but as formal strategies that make visible the spatial relationship between three elements: the volume of the body, the volume of the geometry, and the void of air generated between them. This void is not residual; it is constitutive. It is the space where the experience of inhabiting takes place. The work does not merely present a body inside a form, but rather the distance, the measure, and the constant negotiation between the two.
The longitudinal openings of the cylinders are carefully calibrated: wide enough to allow the body to exit, yet narrow enough to require its adaptation. Within this precise measure lies a central idea of the project: freedom does not disappear—it narrows; and the body learns to live within that narrowing. The beings remain suspended not due to external imposition, but through a form of acceptance that is not always conscious.
The geometry does not function here as a neutral container nor as an architecture foreign to the body. It can be read as a formal transposition of the individual itself, as an appendage. An essential ambiguity thus emerges: it is unclear whether the form adapts to the body or the body adapts to the form. This indeterminacy is not resolved, and it is precisely here that the work finds its strength. The geometries can be understood as extensions of the self—decisions, habits, vital structures that the individual recognizes as their own and that nevertheless condition their way of being in the world.
From this perspective, the sculptures can be read as allegories of a contemporary human condition marked by the difficulty of identifying the origin of limits. There is no clearly oppressive external agent; that which restricts freedom may also be what defines identity. The form one inhabits is, at the same time, the form that configures.
The postures of the bodies describe a range of states in relation to this form-appendage. Some figures fold serenely within stable geometries, as if having found a balanced way to coexist with their limit. Others adapt to twisted or unstable forms, revealing tense bodies forced to bend in a constant effort to accommodate. There are also figures in states of abandonment, where the relationship with the geometry is no longer one of negotiation or resistance, but of silent capitulation. In other cases, the body folds laterally in resignation, accepting a formal extension that directs its posture without apparent violence. In contrast, some figures maintain visible tension, as if still resisting the form that compels them to bend.
These variations do not construct a linear narrative or a moral hierarchy. There is no correct posture and no resolution. Each sculpture is a suspended state, a situation that neither progresses nor resolves. The temporality of the work is that of permanence. The bodies are not in transit; they are being.
The choice of materials responds to this logic of identification between body and geometry. The materials are clearly distinguishable, yet belong to the same family, capable of sustaining the idea that figure and form are two manifestations of a single reality. There is no intention to establish a radical contrast between the noble and the industrial, nor to propose a historical reading of materials, but rather an ontological continuity that allows body and structure to be understood as different representations of the same being.
The interior void, made visible through the openings, thus becomes a space of revelation. It is not a hidden interior nor a private refuge, but an exposed site where the relationship between the body and its formal extension becomes evident. The sculpture reveals what normally remains invisible: the way in which the being occupies, generates, and accepts the space that defines it.
Taken as a whole, this project does not propose a denunciation nor a closed narrative. Rather, it offers a series of observational devices. Each work invites the viewer to recognize in these suspended bodies a shared experience: that of inhabiting forms we feel as our own, without fully knowing to what extent they belong to us or limit us. Geometry is not merely the place where the body is; it is part of what the body is.
ESPAÑOL:
Las esculturas que conforman este proyecto proponen una reflexión sobre el acto de habitar, entendiendo el habitar no como ocupación de un espacio ajeno, sino como convivencia con una forma que es, al mismo tiempo, interior y exterior al cuerpo. Figuras humanas de bronce aparecen suspendidas en el interior de geometrías de acero, no como cuerpos atrapados, sino como seres que permanecen. La posibilidad de salida está presente, pero no se ejerce. Esa decisión —silenciosa, no narrativa— desplaza la lectura desde la idea de encierro hacia la de pertenencia.
Las aberturas de las estructuras cumplen una función decisiva. No operan como puertas ni como gestos de liberación, sino como estrategias formales que hacen visible la relación espacial entre tres elementos: el volumen del cuerpo, el volumen de la geometría y el vacío de aire que se genera entre ambos. Ese vacío no es residual; es constitutivo. Es el espacio donde se produce la experiencia del habitar. La obra no se limita a mostrar un cuerpo dentro de una forma, sino la distancia, la medida y la negociación constante entre ambos.
Las aberturas longitudinales de los cilindros están cuidadosamente dimensionadas: son lo suficientemente amplias como para permitir la salida del cuerpo, pero lo suficientemente estrechas como para exigir su adaptación. En esa medida precisa se condensa una idea central del proyecto: la libertad no desaparece, se estrecha; y el cuerpo aprende a vivir dentro de ese estrechamiento. Los seres permanecen suspendidos, no por imposición externa, sino por una forma de aceptación que no siempre es consciente.
La geometría no actúa aquí como un contenedor neutral ni como una arquitectura ajena al cuerpo. Puede leerse como una transposición formal del propio individuo, como un apéndice. Surge así una ambigüedad esencial: no queda claro si la forma se adapta al cuerpo o si el cuerpo se adapta a la forma. Esa indeterminación no se resuelve, y es precisamente en ella donde la obra encuentra su potencia. Las geometrías pueden entenderse como extensiones del ser: decisiones, hábitos, estructuras vitales que el individuo reconoce como propias y que, sin embargo, condicionan su manera de estar en el mundo.
Desde esta perspectiva, las esculturas pueden leerse como alegorías de una condición humana contemporánea marcada por la dificultad de identificar el origen de los límites. No hay un agente externo claramente opresivo; aquello que restringe la libertad puede ser también aquello que define la identidad. La forma que se habita es, al mismo tiempo, la forma que configura.
Las posturas de los cuerpos describen una gama de estados frente a esa forma-apéndice. Algunas figuras se repliegan con serenidad dentro de geometrías estables, como si hubieran encontrado una manera equilibrada de convivir con su límite. Otras se adaptan a formas torcidas o inestables, mostrando cuerpos tensos, obligados a curvarse, en un esfuerzo constante por acomodarse. Aparecen también figuras en abandono, donde la relación con la geometría ya no es de negociación ni de resistencia, sino de claudicación silenciosa. En otros casos, el cuerpo se repliega lateralmente, con resignación, aceptando una extensión formal que dirige su postura sin violencia aparente. Frente a ellas, algunas figuras mantienen una tensión visible, como si aún se resistieran a la forma que las obliga a doblarse.
Estas variaciones no construyen un relato lineal ni una jerarquía moral. No hay una postura correcta ni un desenlace. Cada escultura es un estado detenido, una situación que no progresa ni se resuelve. El tiempo de la obra es el de la permanencia. Los cuerpos no están en tránsito: están siendo.
La elección de materiales responde a esta lógica de identificación entre cuerpo y geometría. Se trata de materiales claramente diferenciables, pero pertenecientes a una misma familia, capaces de sostener la idea de que figura y forma son dos manifestaciones de una misma realidad. No se busca el contraste radical entre lo noble y lo industrial, ni una lectura histórica de los materiales, sino una continuidad ontológica que permita pensar cuerpo y estructura como representaciones distintas de un mismo ser.
El vacío interior, visible gracias a las aberturas, se convierte así en un espacio de revelación. No es un interior oculto ni un refugio privado, sino un lugar expuesto donde se hace evidente la relación entre el cuerpo y su extensión formal. La escultura muestra aquello que normalmente permanece invisible: la manera en que el ser ocupa, genera y acepta el espacio que lo define.
En conjunto, este proyecto no plantea una denuncia ni una narración cerrada. Propone, más bien, una serie de dispositivos de observación. Cada obra invita a reconocer en esos cuerpos suspendidos una experiencia común: la de habitar formas que sentimos propias, aunque no sepamos del todo hasta qué punto nos pertenecen o nos limitan. La geometría no es solo el lugar donde el cuerpo está; es parte de lo que el cuerpo es.